Ecco i 5 comportamenti sul lavoro che rivelano una personalità insicura, secondo la psicologia

Diciamocelo chiaramente: l’ufficio è una giungla. E non parliamo solo delle beghe tra colleghi o del capo che pretende l’impossibile. Parliamo di quel teatro quotidiano dove, volenti o nolenti, mettiamo in scena chi siamo davvero. Ogni email che mandiamo, ogni riunione a cui partecipiamo, ogni decisione che prendiamo racconta qualcosa di noi. E a volte, quello che racconta non è esattamente il nostro lato migliore.

La psicologia del lavoro ha individuato alcuni pattern comportamentali che, come fossero spie luminose sul cruscotto, segnalano una cosa ben precisa: fragilità interiore. Non stiamo parlando di essere sensibili o empatici, quelle sono virtù. Parliamo di quei meccanismi di difesa che, paradossalmente, invece di proteggerci ci sabotano. Comportamenti che nascono da una scarsa autostima e che, come in un circolo vizioso perfetto, finiscono per confermare e rafforzare proprio quell’insicurezza da cui sono partiti.

Ma qui viene il bello: riconoscere questi schemi è il primo passo per spezzare la catena. Perché contrariamente a quanto si possa pensare, non si tratta di caratteristiche immutabili della personalità, ma di abitudini apprese che si possono disimparare. Vediamo insieme quali sono questi cinque comportamenti rivelatori, secondo quanto emerge dalla ricerca psicologica più recente.

La Sindrome del “Ditemi Voi Cosa Devo Fare”

Avete presente quel collega che chiede conferma su tutto? Quello che manda tre email di seguito per chiedere se va bene la formattazione del documento, che in riunione alza timidamente la mano per poi dire “ma forse è una sciocchezza”? Ecco, probabilmente state osservando uno dei segnali più evidenti di insicurezza lavorativa.

La ricerca compulsiva di approvazione è strettamente collegata a una bassa autostima professionale. Non si tratta semplicemente di essere scrupolosi o di voler fare bene il proprio lavoro, quello è professionalità. Qui parliamo di un bisogno quasi patologico di validazione esterna prima di ogni minima decisione.

Questo comportamento nasce da una scarsa fiducia nelle proprie capacità di giudizio. Chi ne soffre ha interiorizzato l’idea che il proprio parere conti poco o nulla, e che solo l’approvazione altrui possa conferire legittimità alle proprie azioni. Il problema? Questo atteggiamento manda un messaggio chiaro a colleghi e superiori: “Non mi fido di me stesso, perché dovreste farlo voi?”

E c’è di più. Chi cerca costantemente conferme esterne finisce per delegare agli altri non solo le decisioni, ma anche la responsabilità dei risultati. È un meccanismo di difesa: se qualcosa va male, la colpa sarà di chi ha dato l’ok, non mia. Ma questa strategia ha un costo altissimo in termini di crescita professionale e percezione da parte degli altri.

Ironia della sorte, più cerchiamo approvazione, meno ne riceviamo. I professionisti percepiti come più sicuri e competenti sono proprio quelli che sanno prendere decisioni autonome e assumersi responsabilità. La fiducia in se stessi genera fiducia negli altri, è un circolo virtuoso che parte dall’interno.

L’Arte Nobile dello Scansare le Responsabilità

Passiamo a un altro classico: l’evitamento sistematico delle responsabilità. Non parliamo di quelli che scaricano il lavoro sugli altri per pigrizia, quello è un altro tipo di problema. Qui parliamo di persone che, di fronte a un’opportunità di crescita o a un incarico importante, trovano mille motivi per farsi da parte.

Questo comportamento è spesso accompagnato da quella che i ricercatori chiamano “immobilità difensiva”: si attende passivamente che la situazione cambi, ci si estranea, si fa finta di niente. È come se il cervello dicesse: “Se non mi espongo, non posso fallire. E se non fallisco, non devo confermare la mia inadeguatezza”.

Ma ecco il punto: questa strategia è fallimentare per definizione. Perché nel mondo del lavoro moderno, non esporsi equivale a diventare invisibili. E l’invisibilità professionale porta a una sola destinazione: la stagnazione. Mentre gli altri crescono, acquisiscono competenze e si fanno notare, chi evita le responsabilità resta al palo, confermando proprio quell’inadeguatezza che temeva.

La ricerca psicologica ha identificato questo come un comportamento ostacolante che si autoalimenta: meno responsabilità prendo, meno competenze sviluppo; meno competenze ho, più mi sento inadeguato; più mi sento inadeguato, più evito le responsabilità. È un circolo vizioso che può durare anni, se non decenni.

Benvenuti nel Club dei Catastrofisti Cronici

Terzo segnale rivelatore: la tendenza alla catastrofizzazione e alla rigidità mentale. Conoscete quella vocina nella testa che dice “andrà male”, “non ce la farai mai”, “succederà un disastro”? Ecco, quando quella vocina diventa l’unica narrator della vostra vita professionale, siamo di fronte a un problema.

Gli psicologi la chiamano rigidità nel pensiero ed è caratterizzata da due elementi: la focalizzazione ossessiva su previsioni negative del futuro e il vivere costantemente nel rimpianto del passato. È come avere un filtro mentale che lascia passare solo le informazioni che confermano la propria inadeguatezza, scartando sistematicamente tutto il resto.

Questo pattern cognitivo è fortemente associato all’insicurezza lavorativa e ai sintomi depressivi. Chi ne soffre tende a interpretare ogni situazione attraverso la lente del peggiore scenario possibile: un meeting diventa un’occasione per essere smascherati come impostori, un nuovo progetto è la certezza di un fallimento imminente, un feedback costruttivo è la prova definitiva della propria incapacità.

La ricerca ha dimostrato che questa rigidità mentale non è solo psicologicamente debilitante, ma anche professionalmente dannosa. Impedisce l’apertura al cambiamento, blocca la creatività e limita drasticamente la capacità di problem solving, tutte competenze essenziali nel mercato del lavoro contemporaneo.

Quale sabotatore interiore ti riconosci di più in ufficio?
Cercatore di conferme
Evita responsabilità
Catastrofista mentale
Fobico del conflitto
Bloccato dalla paura

Il vero dramma è che, spesso, queste previsioni catastrofiche si avverano. Non perché fossero accurate, ma perché l’ansia e la rigidità mentale che generano finiscono per sabotare la performance. Se sono convinto che la presentazione andrà male, probabilmente sarò così teso da farla effettivamente andare male. E boom: la profezia si autoavvera, l’autostima crolla ulteriormente, il circolo vizioso si rinforza.

L’Allergia al Conflitto Costruttivo

Quarto comportamento rivelatore: l’incapacità di gestire i conflitti in modo costruttivo. Attenzione, non stiamo parlando di essere rissosi o aggressivi, tutt’altro. Parliamo dell’incapacità di sostenere una discussione professionale, di difendere un’idea, di esprimere un disaccordo in modo assertivo.

Chi ha una personalità insicura in ambito lavorativo tende a vedere ogni conflitto come una minaccia esistenziale. Un collega che contesta un’idea viene percepito come un attacco personale. Una discussione accesa su un progetto diventa uno scontro che mette in gioco il proprio valore come essere umano.

Questa difficoltà è spesso caratterizzata da una comunicazione passiva o passivo-aggressiva: si dice di sì quando si pensa no, si accumulano rancori non espressi, si evitano le conversazioni difficili fino a quando la situazione non esplode in modo incontrollato.

Il problema fondamentale è che questa persona non ha sviluppato le competenze di assertività, quella capacità cioè di esprimere le proprie opinioni e bisogni rispettando contemporaneamente quelli degli altri. E l’assertività non è un optional nel mondo del lavoro: è una competenza fondamentale per costruire relazioni professionali sane e produttive.

La Paralisi da Analisi

Ultimo ma non meno importante: la paura patologica del rischio personale. Non parliamo di spericolatezza o di decisioni avventate, un sano senso di cautela è assolutamente legittimo. Parliamo di quella paralisi decisionale che impedisce qualsiasi passo avanti per paura del giudizio altrui o del potenziale fallimento.

Questo pattern è collegato direttamente a una bassa autostima e a un elevato nevroticismo. Chi ne soffre tende a sacrificare sistematicamente le proprie aspirazioni e la propria crescita professionale sull’altare della sicurezza percepita.

Il meccanismo mentale è questo: “Se non provo, non posso fallire. Se non fallisco, non devo affrontare la conferma della mia inadeguatezza”. Sembra logico, vero? Il problema è che questa logica porta dritti verso la stagnazione professionale e, a lungo termine, verso un profondo senso di insoddisfazione e rimpianto.

Questo comportamento è particolarmente frequente tra i lavoratori che hanno vissuto esperienze di insicurezza lavorativa prolungata. L’effetto è una sorta di impotenza appresa professionale: si impara a sentirsi impotenti, a credere che le proprie azioni non possano fare la differenza.

Ma c’è un prezzo nascosto in questa apparente sicurezza. I professionisti che non si espongono mai a rischi calcolati sviluppano nel tempo una gamma di competenze sempre più ristretta, diventando progressivamente meno competitivi sul mercato del lavoro. La zona di comfort diventa una zona di declino.

Spezzare il Circolo Vizioso: Si Può Fare

Ora, la buona notizia. Questi comportamenti non sono sentenze definitive sulla nostra personalità. Il circolo vizioso autostima-comportamento può essere spezzato attraverso interventi mirati basati sulla consapevolezza.

Il primo passo? Quello che gli psicologi chiamano “equazione di consapevolezza”: fermarsi e chiedersi “STOP! Cosa mi sta succedendo?”. Riconoscere il pattern nel momento in cui si manifesta è già metà dell’opera. Quando vi accorgete di star cercando l’ennesima conferma, di star evitando una responsabilità, di star catastrofizzando o di star evitando un conflitto necessario, fermatevi. Osservate il meccanismo in azione.

Variabili come il supporto sociale, lo sviluppo di abilità di coping e l’acquisizione di nuove competenze possono interrompere efficacemente questo ciclo. Non si tratta di cambiare personalità dall’oggi al domani, ma di costruire gradualmente nuove abitudini comportamentali.

È importante sottolineare che questi comportamenti non emergono nel vuoto. Il contesto organizzativo gioca un ruolo fondamentale. Ambienti di lavoro tossici, insicurezza percepita, assenza di supporto o feedback costruttivo possono aggravare e mantenere questi pattern. A volte, il problema non è solo dentro di noi, ma anche intorno a noi.

La psicologia contemporanea ci insegna che riconoscere le proprie vulnerabilità non è un segno di debolezza, ma il primo passo verso la crescita autentica. Quegli stessi comportamenti che oggi ci limitano possono diventare la mappa per il nostro sviluppo professionale.

Cerchi compulsivamente approvazione? Lavora sulla fiducia nelle tue competenze. Eviti le responsabilità? Inizia con piccoli passi, assumenditene una alla volta. Catastrofizzi? Pratica il riconoscimento dei pensieri automatici negativi. Eviti i conflitti? Sviluppa competenze di assertività. Hai paura di rischiare? Distingui tra rischi stupidi e rischi calcolati che favoriscono la crescita.

La bellezza di tutto questo? Non siamo condannati a restare prigionieri dei nostri pattern. Il cervello è plastico, i comportamenti si possono modificare, le competenze si possono apprendere. Certo, serve impegno, tempo e spesso un supporto esterno, che sia un mentore, un coach o un professionista della salute mentale. Ma la direzione è chiara: dalla consapevolezza all’azione, dall’azione al cambiamento, dal cambiamento a una versione più sicura e soddisfatta di noi stessi. Perché alla fine, il lavoro non è solo ciò che facciamo per guadagnarci da vivere. È anche uno degli specchi più potenti che abbiamo per conoscerci, crescere e diventare la migliore versione di noi stessi.

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